IL RITRATTO DI… GIANNI BOIANI

“Mens sana in corpore sano”. Non solo un frammento della X Satira di Giovenale, ma prima ancora un pensiero confacente della scuola aristotelica in cui corpo e anima posso crescere e svilupparsi insieme. L’importanza di questo binimio si ricerca anche nella svisceramento nel termine ASICS, un acronimo che sta per Anima Sana In Corpore Sano, nonchè marchio di abbigliamento sportivo.

Il fautore di questo motto, ormai di larga consuetudine, supportata anche dal riscontro scientifico di tale affermazione, è Gianni Boiani, storica figura del calcio fanese. Ma non solo. Prima di tutto Gianni è professore di di composizione architettonica, materia che ha insegnato alla Scuola d’Arte – oggi Liceo Artistico – Apolloni di Fano. In secundis, il docente di geometria descrittiva ha ricoperto, nel contempo, il ruolo di vice di molti allenatori, tra i quali Esposito, Guidolin, Ciaschini e Cavasin.
Una doppia veste, quella di professore-allenatore, che tanti fanesi hanno ritrovato la mattina sui banchi di scuola e nel pomeriggio sul terreno di gioco. “Come allievo ho avuto qualche giocatore. Tra tutti, Giovanni Cornacchini, un ragazzo d’oro. Ricordo ancora quel giorno che gli dissi: “Se prendi un brutto voto, niente partita!”. E lui, con tutta la naturalezza del mondo mi rispose: “E io come faccio a diventare giocatore?”. Davvero un ragazzo d’oro, con atteggiamenti di vita molto sani”.

Qual è il trait d’union tra la figura di docente e quella di allenatore in seconda?
“Credo che ci sia un’affinità precisa tra gli aspetti formativi dell’insegnante nella scuola e in quelli nello sport in grado di coniugare questi due emblemi. C’è sempre la guida di un gruppo che deve essere motivato, stimolato e in questo senso c’è una grande sintonia di idee e di pensiero. Anzi. Credo che aver svolto questo doppio lavoro mi abbia aiutato meglio a gestire le varie situazioni che normalmente capitano, dai momenti più esaltanti a quelli più difficoltosi. Tutto ciò ha contribuito a farmi crescere anche come persona a servizio dei giovani”.

La sua duplice spoglia ha avuto una mano fattiva alla realizzazione di un progetto per il centenario dell’Alma: “In occasione di quell’evento ho fatto da tramite con la società attraverso un progetto di arte e sport. In questo contesto, ho personaggi del mondo dello sport, non solo del calcio, che avevano ad oggetto la discussione di valori e principi dello sport in generale, per parlare dei principi e dei valori in esso contenuti. Di concerto ho organizzato una mostra di lavori sul nuovo logo da adattare al centenario. Un gruppo di ragazzi di una quinta della sezione di decorazione pittorica ha posto in essere una serie di disegni partendo dalla fase propedeutica fino alla realizzazione definitiva da cui sono scaturiti 25 nuovi loghi esposti nel foyer del teatro. In quell’anno, il 1996, allenavo ancora ed è stato un sogno per me poter mescolare le mie due veste. Ecco perchè, a mio parere, sport-scuola è un binomio che deve lavorare di pari passo: lo sport, oltre all’aspetto salutare, aiuta a crescere. I ragazzi migliori che ho avuto a scuola praticavano tutti sport. Chissà perchè”.

Come è avvenuto questo passaggio da professore ad allenatore?
“Ho inziato alla fine degli anni ’80 mentre insegnavo ed avevo l’opportunità di essere libero nel pomeriggio. Ho giocato a livello dilettantistico poi ad un certo punto della mia vita ho scelto di fare l’allenatore ed ho preso il patentino. Sono partito dal settore giovanile di varie squadre del territorio, ma, ad un certo punto, poi c’è stata la chiamata per entrare in un discorso nuovo che inzialmente mi aveva un tantino spaventato. Successivamente ho preso coscienza, ho trovato persone con cui ho potuto condividere vari aspetti del lavoro sul campo e della gestione dei ragazzi e tutto questo mi ha portato a sentirmi partecipe e sicuro di un lavoro che ho svolto con grande umiltà, con la volontà di ricercare e conoscere fino in fondo la realtà sportiva. Ho avuto la fortuna di aver lavorato per la squadra della mia città. Per un fanese essere all’interno dell’Alma credo sia il massimo”.

Lei è stato vice di due grandi allenatori del calcio italiano, Guidolin e Cavasin.
“Il rapporto che ho avuto con Guidolin è stato di grande amicizia e professionalità. In lui ho apprezzato molto la capacità di curare l’aspetto tecnico e tattico e l’analisi critica e la lettura dei momenti sia durante che nel post partita. Al termine di ogni incontro stilava un esame di come erano andate le cose durante la gara secondo quelle che erano le richieste dell’allenatore. Questa grande capacità di sintesi nel vedere il buono ed il meno buono è stato uno di quegli insegnamenti di cui ho potuto beneficiare. Oltre a ciò, Guidolin mi ha trasmesso la passione per la bicicletta che seguo sempre (ride, ndr). Da Cavasin, invece, ho imparato la cultura del lavoro. E’ un uomo che sul campo metteva anima e corpo. L’intensità delle giocate, la cura di sani stili di vita, l’attenzione all’alimentazione, il riposo, il rapporto con la città. Sono tutti contributi che mi sono serviti e mi sono portato dietro quando, per questioni di età, ho dovuto abbandonare questo mondo che era un po’ me stesso, faceva parte del mio modo di concepire la vita. Tutto questo non mi ha permesso di seguire una vita familiare di un certo tipo, però sicuramente mi ha aiutato anche nella vita privata e professionale.

Con Guidolin quell’anno c’era anche Hubner..
“E’ stata una delle annate per me più positive, più coinvolgenti, lo stadio era sempre pieno. Il rapporto con i ragazzi è sempre stato molto sereno ed aperto e devo dire che con Hubner ho avuto un legame più profondo. Quando ha smesso l’attività qui da tornava con la propria famiglia per le vacanze ed abbiamo continuato a mantenere i rapporti. Tra i vari giocatori che ricordo con particolare affetto, Hubner, Zauli, Baldini, che facevano parte di quel periodo. Con Dario e Misefori ho avuto un rapporto più vero, più intenso, di scambio di emozioni, stati d’animo”.

Un aneddoto?
“Risale ai tempo di Salvatore “Ciccio” Esposito. Il mister voleva che dalle trasferte si tornasse in sede tutti insieme evitando di prendere la macchina per mettersi in viaggio verso casa. Il lunedì li mandava a casa e qualche volta concedeva il martedì libero per chi era distante e tornava poco a casa. Una sera tornavamo da Lanciano ed io avevo il compito di controllare se tutti tornassero alla propria abitazione e non mi accorsi di nulla. Hubner aveva deciso di tornare a casa dalla fidanzata che non vedeva da un po’ ed era partito a mezzanotte passata. Mentre stava tornando in viaggio a tutta velocità, a Cesena, superò la macchina di Esposito, indirizzato a Firenze, che lo riconobbe. Il martedì successivo, nello spogliatoio, dopo aver analizzato con tutti i giocatori la partita della domenica, mentre ci alzavamo per andare al campo, si girò di scatto e disse in modo vago: ‘Un momento! Non è che per caso qualcuno di voi è andato a casa contro le decisioni della società?’ E lui, immaginando che qualcuno glielo avesse riferito: ‘Mister, qui vanno tutti a casa, solo gli stupidi rimangono qui! Mi sono rotto le scatole!”. Calato il gelo, Conti disse: “Ma no Dario, perchè te la prendi? Mica sarai tornato a casa!’. E lui: ‘S’, sono tornato a casa!’. Il tutto finì con una risata generale e l’episodio venne subito archiviato. Poi, però, Esposito, in maniera intelligente, lo prese da parte e gli disse pacatamente: ‘Dario, prima di andare a casa passa da me che ti devo dare una tiratina di orecchie!’. Ecco, credo che occorra questa capacità di concedere qualcosa ma, nel contempo, di dare un messaggio preciso alla squadra”.

Tra Guidolin e Cavasin c’è stato anche un altro allenatore, diventato poi vice di Ancelotti, Giorgio Ciaschini.
“Giorgio era uno che studiava molto le partite preparandole in maniera maniacale, curava i dettagli, la squadra avversaria. E’ stato uno dei primi ad utilizzare i mezzi elettronici, una sorta di match analyst in embrione. Quando è entrato al Milan aveva già questa base concreta nei programmi da adattare all’allenamento, la catalogazione di ciò che si faceva, la continua ricerca di qualcosa in più da aggiungere a tutto il lavoro. Era molto metodico in questo e non a caso è arrivato al Milan perchè aveva questa base di studio continuo volto al miglioramento della prestazione. Il fatto di riuscire a far rendere al massimo il calciatore era uno degli aspetti che lui teneva sempre molto in considerazione”.

Com’era il rapporto squadra-città in quegli anni?
“Buono, era meno difficoltoso rispetto agli ultimi anni. Il calcio è cambiato, la gestione dei calciatori è diventata più aziendale, prima c’era un rapporto molto più familiare, al di là dei risultati. Attualmente la classifica non è entusiasmante ma la squadra gioca bene e la partecipazione del pubblico e della città deve continuare ad esistere. Ho scritto un libro di riflessione del calcio di casa nostra “Il mio calcio antico” dove ho affermato che per me l’Alma Juventus Fano è un patrimio della città come lo sono il Carnevale, il Teatro, l’Arco di Augusto ecc.. Questa unione tra città e squadra deve esistere sempre, anche nei momenti di difficoltà. Anzi. E’ proprio lì che devi far sentire la partecipazione della città, del pubblico, soprattutto nei momenti difficili. Alla squadra non si può imputare niente perchè impegno e volontà ci sono, forse con un pizzico di esperienza in più si potrebbe parlare di altro. Credo che l’arma migliore per combattere questi momenti difficili sia quella di fare gruppo, di insistere, di crederci ed andare in campo con serenità. Anche io ho vissuto dei momenti molto difficili in cui i risultati non arrivavano. Quello che ho cercato in quei precisi contesti è stato quello di creare questa sorta di solidarietà reciproca. E’ lì che si deve lavorare. Lo stesso vale per il publico: il tifoso deve sostenere la squadra soprattutto quando non gira. Ciascuno di noi può muovere le critiche che ritiene più opportune, ma il sostegno alla squadra non deve mai mancare. Per nessuno motivo”.
Parola di Gianni Boiani.

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