INTERVISTA AL PROF. MARCO GIOVANNELLI

Mentre la strada per la ripresa del campionato si fa sempre più percorribile, a preoccupare maggiormente sono le condizioni atletiche dei giocatori, ormai lontani dal rettangolo verde da quasi 3 mesi. A tal proposito abbiamo intervistato il prof. Marco Giovannelli, preparatore atletico dell’Alma che ha ritratto un quadro di quello che si appresta ad essere il ritorno agli allenamenti sull’erba:

“Per quanto riguarda la ripresa degli allenamento, nell’ultima ricerca uscita il 18 maggio 2020 dal titolo “Return to elite football after the COVID-19 lockdown“, si parla, appunto, del ritorno del giocatore professionista in campo dopo il lockdown. Bisogna tenere in considerazione un aspetto: in una condizione normale, al termine della stagione, c’è una riduzione del 20%-40% della performance dalla fine della stagione all’inizio della successiva, in un arco temporale che va dalle 3 alle 4 settimane. Nel caso specifico, siamo arrivati a tre mesi e mezzo senza campo, con una riduzione del carico di oltre il 40% del volume totale e questo fa capire molto quella che è la situazione da affrontare. A ciò si aggiungono altre riduzioni: dal punto di vista organico, c’è quella del 20%-30% delle componenti aerobiche; dal punto di vista della forza, c’è un abbassamento del del 15%-20%. Sono numeri molto importanti che ci consentono di farci comprendere la situazione anomala che ci aspetta. Se, inoltre, consideriamo che in un periodo di off season un giocatore perde in media l’11-13% della prestazione fisica, siamo in grado di capire come in un periodo di lockdown la percentuale sia più alta. Numeri che aumenteranno di molto in questa condizione. Bisogna, dunque, avere una strategia di almeno 5 settimane di allenamenti per riprenderne una parte e questo non è da poco: vorrebbe dire che occorrerebbero tempi molto più lunghi anzichè fare una preparazione daccapo. Per questo è importante fare una valutazione introduttiva dei nostri atleti, ovvero test appena arrivano al campo per capire la loro condizione di base, a che punto sono e quanto hanno perso realmente. Invito a riflettere: c’è una perdita notevole dal punto di vista fisico già in una condizione normale quando si finisce la regular season e si riprende a metà luglio, figuriamoci ora che sono passati 3 o 4 mesi”.

Nel corso del lockdown, tutte le squadre calcistiche si sono adoperate per svolgere le esercitazioni in casa: “Noi abbiamo fatto dei lavori a casa di mantenimento parziale della performance. Sono più allenamenti di fitness che di campo, perchè il campo richiede altri impegni e diventa molto complesso dal punto di vista fisico garantire la salute adeguata agli atleti senza il rischio di infortuni. Se immaginiamo di dover giocare ripetutamente ogni 3 giorni, bisogna cercare e sperare che nessuno si faccia male, oltre ad attuare i protocolli preventivi. Porto alla mano dati reali: analizzando ulteriormente i numeri dell’unico campionato che è ripreso, la Bundesliga, da domenica scorsa, che era la prima settimana dal weekend di sabato 16 e domenica 17 maggio – 26^ giornata – , si è partiti con un numero di 26 assenze totali. Nella settimana successiva, ovvero nel weekend appena trascorso, siamo arrivati a 33 giocatori indisponibili per tutte le 18 squadre. Un aumento significativo pari al 27% di infortuni in una settimana. Un numero altissimo a livello statistico poichè la crescita delle 7 unità di infortunati evidenza che c’è stato più di mezzo giocatore per squadra indisponibile. Da squadre con zero infortunati a squadre con 3 infortunati nella partita successiva. Sono problemi che possono verificarsi nella nostra categoria senza alcun tipo di remora. Il problema è che ci troviamo in un periodo in cui tutte le ricerche scientifiche e applicate al calcio evidenziano l’impatto degli infortuni ma soprattutto l’attenzione massima per la ripresa degli atleti e si parla di almeno un mese e mezzo di lavoro, ovvero ripartire completamente da zero per garantir loro un miglioramento della performance, con una distribuzione dei carichi che è totalmente differente rispetto a quello che si fa in una preparazione normale. E’ una situazione anomale di fronte alla quale non si è mai trovato nessuno: i carichi ridotti drasticamente e l’impossibilità di uscire fuori casa ha permesso di svolgere esercizi in casa di fitness, con un incremento di qualche parametro ma con difficoltà evidenti in vista del ritorno sul campo. In una settimana non si può recuperare tutto, ma creare un minimo per poter riprendere ed è già importante aver fatto un tot numero di allenamenti. Sono passate 12 settimane e ci alleniamo in media 6 volte a settimana, quindi il mantenimento a livello generale c’è, ma se ne perdo alcuni vuol dire che ho lasciato un mese di lavoro. E’ una situazione in cui fondamentale sarà la valutazione della condizione fisica dei giocatori, non si può pensare di farli spingere fin da subito, ma vedere a che punto sono e partire da quel punto. E’ impossibilità riprendere gli atleti completamente dal punto di vista fisico, ma occorre fare una distribuzione del carico che non garantisce comunque il 100% della prestazione poichè ci vorrà almeno un mese per raggiungere l’80-90%. Se ci ragioniamo, nessuno ha mai fatto 4 mesi senza giocare a calcio, allenamenti in casa, allenamenti individuali e poi allenamenti con la palla, variazioni totalmente differenti tra di loro. Una cosa tengo a sottolineare: non bisogna fallire nei concetti di comunicazione tra staff tecnico, staff medico, calciatori e società. E’ fondamentale unire tutte le componenti. Il margine di errore non esiste e rimettere in piedi un giocatore in una settimana o 15 giorni è impossibile. Questo lo evidenziano le ricerche scientifiche. Addirittura sono state modificate le intensità di lavoro, molto più basse di quelle della preparazione. Bisogna misurare e capire come si può fare ma non è tutto e subito, siamo ai limiti dell’assurdo”.
Ultima polemica riguarda gli orari del calcio di inizio, in particolare quello delle 16:30, duramente contestato dall’AIC: “Per me si dovrebbe giocare solo di sera alle 21:00 con una condizione climatica percorribile altrimenti impossibile perchè porta gli atleti ad uno stress eccessivo”.

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