INTERVISTA ALL’AVV. GIOVANNI ORCIANI

Avvocato, il mondo del calcio si è fermato a causa della pandemia. In particolare la Lega Pro ha deciso per la sospensione definitiva. Il suo parere?
“Ho condiviso la scelta di aver fermato il calcio, anzi, forse andava fatto anche prima. Probabilmente si sarebbero evitati diversi guai come, ad esempio, la gara Atalanta-Valencia che in Lombardia ha contribuito ad una notevole diffusione del virus. In una situazione di emergenza, un po’ troppo sottovalutata da tutti all’inizio, forse il movimento andava fermato prima. Ritengo, quindi, giusto lo stop allo sport, in particolare al calcio che muove tantissime persone”.

Sembrerebbe però prevista la ripartenza di tutti e tre i campionati professionistici, nonostante il voto quasi unanime dell’Assemblea di Serie C a favore della sospensione.
“Ad eccezione di qualche squadra animata più da ambizioni sportive relative alla promozione in B attraverso i playoff, di fatto la quasi totalità da parte dei 60 club al blocco del campionato nasce da una valutazione di ragionevolezza. Al di là del fatto che non si conoscono ancora i protocolli da applicare alla ripresa di certe attività – ristorazione, parrucchieria, centri estetici, abbigliamento – soprattutto nel calcio, che è uno sport di contatto dove inevitabilmente si creano assembramenti, è evidente che i protocolli da applicare in caso di ripresa dovranno basarsi su un’attenta analisi di sorveglianza sanitaria affinchè i giocatori siano assolutamente sempre e costantemente monitorati e non abbiano alcun tipo di problema. Questo vale non solo per i calciatori ma anche per il personale che gravita attorno ad una società che dovrà adottare tutte le misure di sicurezza necessarie oltre che ad una corretta gestione e sanificazione degli impianti sportivi, cosa che, francamente, per le società di Serie C, credo sia quasi impossibile da applicare. Mettere in piedi un’organizzazione, sia a livello strutturale che di personale, in grado di applicare i protocolli imposti dalla Federazione, sarà già difficile in Serie A, ad eccezione di alcune squadre particolarmente organizzate, perché le altre avranno qualche problema ad adeguarsi. Da qui nasce la volontà unanime di tutti i Presidenti di Serie C di fermare il campionato. La Lega Pro ha una serie di problematiche messe sul piatto della Federazione e del Governo già da tempo che, come sottolineava il Presidente dell’Alma Gabellini, e bisognerebbe approfittare di questa sosta anticipata per avviare una riorganizzazione dell’assetto di Lega affinchè sia più sostenibile”.

Qualora un giocatore, alla ripresa degli allenamenti, venisse contagiato, quali sarebbero i rischi a livello civile e penale?
“Sostanzialmente una società di calcio è un’azienda e va trattata come tale. Le grandi aziende si sono preoccupate di ripartire per rimettere in piedi la loro economia ma si sono preoccupate a fare una sorveglianza sanitaria su tutti i suoi dipendenti relativa al rischio dal contagio che, in ambito lavorativo, ricade sul datore di lavoro e sull’azienda. Il decreto legge del marzo 2020 all’art. 42 inquadra il rischio dal contagio come una situazione in ambito Inail, dunque, lo paragona ad un infortunio sul lavoro. E’ vero che la dimostrazione che uno abbia contratto il virus sul luogo di lavoro non è semplice, ma c’è tutta una serie di protocolli, tra quelli già previsti e quelli che dovranno essere emanati, che devono essere rispettati dal datore di lavoro. Poichè il nostro ordinamento contiene una delle poche norme definite “norme penali in bianco”, che è l’art. 2087 cc, dove si dice che il datore di lavoro deve fare tutto ciò che è nei limiti delle conoscenze tecniche per garantire la sicurezza e la salute dei propri dipendenti sul lavoro, è evidente che al datore di lavoro possono essere imputate delle responsabilità sulla base di elementi empirici, non puntualmente codificati, come avviene perle restanti norme penali che in maniera tassativa stabiliscono i fatti costituenti reato. I livelli di adempimento richiesti ai datori di lavoro sono estremamente ampi e pertanto è facile un domani poter dimostrare che non è stato adottato un certo protocollo o non sono state rispettate alcune procedure e contestare, quindi, al datore di lavoro l’infortunio. Questo comporta una responsabilità a livello civilistico, ovvero laddove non arrivano le coperture assicurative risponde il datore di lavoro o la società con il proprio patrimonio, ma anche a carattere penale. Per le società di calcio, in particolare, può incorrere anche la responsabilità ai sensi del modello organizzativo 231 per il quale risponde penalmente non solo chi ha la legale rappresentanza dell’amministrazione della società ma anche la società stessa, in maniera diretta con il patrimonio, ed è soggetta a gravi sanzioni qualora si dimostrasse che il contagio del giocatore in questione sia stato determinato da una mancanza di organizzazione da parte del club che non si è dotato di quei protocolli che l’ordinamento giuridico gli imponeva di adottare. I rischi giuridici sono pertanto enormi, per questo probabilmente i Presidenti di C, rendendosi conto di tale situazione, sono stati concordi nel non riprendere”.

Una sospensione che era stata avallata in precedenza anche da parte dei medici della Serie C, i quali non se la sono sentita di assumersi la responsabilità in una situazione di tale incertezza.
“A mio avviso il medico rischia nella sorveglianza sanitaria perchè non c’è la certezza assoluta nè dei tamponi nè dei test sierologici, che hanno un certo margine di errore e non sono stati ancora ufficialmente riconosciuti. I responsabili sanitari si troverebbero a dare un consenso ad un giocatore sulla base di test non attendibili al 100% e prendere una decisione rischiosa. C’è il rischio potenziale di incorrere in una responsabilità professionale in quanto si danneggerebbe il club che rappresenta. I medici, anche vedendo quanto accaduto negli ospedali con i loro occhi ed essendosi trovati a contatto con l’imprevedibilità del virus, giustamente non se la sentono di assumersi una tale responsabilità. Basti pensare che a livello nazionale i medici hanno chiesto uno scudo penale, a protezione dell’assoluta incertezza nel trattare con il Covid19. Assumersi delle responsabilità di questo tipo nell’azienda calcio, dove il contatto è inevitabile e consentito, richiede un grado di certezza assoluta, cosa che al momento non è assolutamente valutabile”.

Essendo anche SLO dell’Alma, com’è l’umore dei tifosi?
“Sono favorevoli alla sospensione. Per altro la ripresa è contemplata con le porte chiuse, senza la presenza del tifo, di cui è impossibile farne a meno. La componente del tifo, nel calcio, è essenziale. Per fare un esempio, ancora vige la regola del gol fuori casa, a conferma dell’importanza del fattore tifo che incide addirittura nel regolamento del calcio. Se sei costretto, come è stato fatto nelle ultime partite , dove non si aveva piena contezza dell’entità del virus, a riprendere a porte chiuse, si perde tutta la valenza del gioco. Sentire le urla dei giocatori in campo, il rumore della palla, somiglia più ad un allenamento, rimane uno scontro morto, è il tifo che da vita ad una partita.. Giocare diventa un adempire ad un dovere d’ufficio, e non è quello il senso del calcio. Lo sport in generale serve a creare delle emozioni, lo stadio le amplifica e di riflesso le fa vivere a tutto l’ambiente e anche a chi segue la partita da casa. I tifosi sono una componente imprescindibile. Se il tifoso non può andare allo stadio, senza il pathos che si crea attorno alla partita, si assiste ad una rappresentazione burocratica e si perdendo il suo valore intrinseco, il vero motivo per cui alla fine si gioca”.

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